“Il primo terremoto di Internet”: introduzione alla seconda edizione

mg_avatar01Sono passati sei anni dall’inizio della storia raccontata qui: non la storia del terremoto, ma la storia della storia del terremoto, una grande e corale resistenza artistica ed espressiva al disastro prima, e poi alle narrazioni menzognere sulle fatiche e sul dolore di una comunità.
Ne sono trascorsi tre da quando l’abbiamo raccontata. Come dicevo già allora, in quel momento la voce dei blog aquilani si andava affievolendo: molte altre esigenze e urgenze si presentavano, e forse non era più il momento di raccontare.

Ma per chi fosse interessato a quella storia di resilienza, un altro pezzo di storia si è aggiunto, in cui le voci che avevano raccontato la tragedia sono tornate a raccontare una storia differente dalle semplificazioni che si era costretti ad ascoltare dai media.
Fu probabilmente Mario Tozzi ad aprire la fila il pomeriggio del 22 ottobre del 2012, scrivendo su Huffington Post che la sentenza dell’Aquila sull’operato della Commissione Grandi Rischi era una condanna “a chi doveva prevedere qualcosa che non è prevedibile”. E si può anche capire che lo scrivesse in quelle ore, a caldo, senza avere il tempo di comprendere quello che pretendeva di spiegare ai lettori; meno comprensibile è che l’abbia ripetuto negli anni successivi, sempre evitando di rispondere a quanti gli facevano presente, fatti e documenti alla mano, che le cose non erano andate così.
La mattina del 23 sul Corriere Sergio Rizzo scriveva di scienziati condannati per non aver “previsto il terremoto”.
Nelle ore successive Beppe Severgnini scrisse nel suo blog un pezzo dal titolo “Astrologi liberi, scienziati in galera” (“condannare qualcuno perché non ha previsto il terremoto? Mi sembra incredibile”). Nella sua rubrica delle lettere su La Stampa, Mario Calabresi definì la sentenza “incomprensibile” (“Penso che da oggi in poi assisteremo a miriadi di evacuazioni inutili”, profetizzò il direttore).

E certamente la vicenda del processo alla Commissione Grandi Rischi, se non incomprensibile, è almeno molto difficile da comprendere: se poi ci si mettono i giornalisti di grido a creare confusione scrivendo – come Calabresi fece quel giorno – che gli scienziati vengono condannati “per non aver dato l’allarme in maniera incisiva per un terremoto che non si poteva prevedere come tempi ed intensità”, tutto diventa ancora più confuso.
“I terremoti non si possono prevedere”, è l’ovvietà ripetuta allo sfinimento dagli organi che avrebbero dovuto raccontare alla gente come stavano le cose. Come una specie di riflesso condizionato che scatta ogni volta davanti a qualcosa che assomiglia a una nuova crociata antiscientista (“La scienza in carcere”, titolava, sempre a caldo, lo Huffington Post di Lucia Annunziata): ma quello di cui si concluse il 22 ottobre 2012 a L’Aquila il primo grado, tutto fu tranne che un processo alla prevedibilità, contro la scienza.
In questione era, anzi, se gli scienziati – funzionari istituzionali – avessero agito da scienziati. Dove agire da scienziati non era saper prevedere terremoti, ma parlare “in scienza e coscienza” e non sotto dettatura.
Questo si discuteva, non certamente le doti divinatorie degli imputati. La domanda era se i sette cervelli, dopo la riunione del 30 marzo 2009 (pochi giorni prima della scossa distruttiva: ma il verbale di quella riunione spuntò fuori solo dopo la tragedia), dicendo agli aquilani di stare tranquilli nelle proprie case perché la serie di scosse stava rilasciando lentamente l’energia e dunque era una garanzia di sicurezza, seguissero le proprie competenze scientifiche o l’imbeccata di qualcuno. Qualche giorno prima – lo sappiamo con certezza da intercettazioni telefoniche di cui avranno sentito parlare pure Severgnini e Calabresi – Guido Bertolaso auspicava una tempestiva riunione della Commissione Grandi Rischi che avesse una funzione non scientifica ma puramente “mediatica”, in cui produrre un comunicato che rassicurasse i cittadini e “zittisse qualsiasi imbecille” (a chi si riferiva? Chi non conoscesse i fatti di quei giorni lo capirà fra un po’).
E così la Commissione si riunì. Prima di quella riunione, ai microfoni di una tv locale, uno dei membri aveva consigliato agli aquilani di bere un buon bicchiere di Montepulciano e di dormirci su.
Dicevo che è un processo difficile da capire per chi non abbia seguito le vicende a cavallo di quella notte. È difficile capirlo in un paese in cui i dibattiti sono stati sostituiti dalle guerre di religione. E stavolta il mondo della cultura e dell’informazione non ha commentato una vicenda per comprenderla: è corso in soccorso della scienza che presumeva minacciata dall’ennesima offensiva irrazionale. Che però stavolta c’entrava come i cavoli a merenda: in discussione, anzi, era proprio la leggerezza con cui gli imputati potevano aver messo la propria competenza scientifica al servizio di qualche tipo di propaganda interessata ad altro che alla verità sul terremoto (e dunque a modo suo antiscientifica). Scienziati ed esperti internazionali, raggiunti da questi commenti prima ancora che dai resoconti del vero processo, commentarono che “l’Italia è ancora il paese del processo a Galileo”.
Un processo difficile da capire, come è difficile – se si conoscono solo per sentito dire i fatti immediatamente precedenti il disastro – capire il clima in cui uno scienziato rilascia dichiarazioni sconcertanti come “beveteci su”.
Allora bisogna ricordare che in quei giorni là c’era un tizio, a L’Aquila, che sosteneva – sfidando frontalmente gli scienziati e la stessa Commissione Grandi Rischi – che non solo i terremoti si potevano prevedere, ma che anzi lui aveva individuato scientificamente un “precursore” affidabile delle scosse. E che un giorno o l’altro, in un posto o nell’altro, la terra avrebbe tremato. Divenne celebre con una puntata di Porta a Porta, e un gran numero di cittadini aspettava alla mattina i suoi bollettini. Qualcuno pensa che quell’uomo avesse decodificato il linguaggio dei terremoti; qualcun altro pensa che tirasse a indovinare e che le sue “previsioni” erano troppo vaghe per essere considerate previsioni: ma chi gestiva la situazione a L’Aquila si allarmò. Non nel senso che fu indotto a vigilare di più, ma proprio nel senso contrario: è mai possibile che un tizio, che non è uno scienziato, che non si è mai visto, che parla pure con un accento da buzzurro, ci fa fare la figura dei pisquani e la passa liscia?
In questo clima fu convocata quella riunione: si doveva emettere un comunicato che avesse una forza “mediatica” (è la parola che Bertolaso enfatizza e ripete in quella telefonata con un assessore regionale) tale da ridicolizzare chiunque sostenesse di saperne di più.
Ma comunque la si possa pensare nel merito (due anni dopo l’appello avrebbe modificato sostanzialmente quelle conclusioni), quello di cui sono stati chiamati a rendere conto i sette accusati non è la loro scienza: anzi, è il sospetto di averla sacrificata ad altri interessi. Si può discutere delle loro responsabilità, ma quel processo in nessun modo può essere raccontato come la storia di sette alfieri del pensiero scientifico contro l’oscurantismo irrazionale ed emotivo. Eppure, ancora oggi, tocca gridarlo quasi tutti i giorni.
Fra la sentenza di primo grado e l’appello di due anni dopo, mi capitò in diverse occasioni di presentare in giro questo libro, che era uscito nella prima edizione a metà del 2012.
Per dire del clima che si respirava intorno al processo, mi capitò in una occasione di trovare nel pubblico della libreria che ci ospitava dei sismologi che ascoltavano in silenzio e che a metà dell’incontro si presentarono e presero a intervenire sul tema del processo, del quale nel libro si parlava solo marginalmente (era uscito parecchi mesi prima della sentenza di condanna). A dispetto dei miei tentativi di tornare a parlare dei contenuti del libro, la serata si tramutò in una contesa piuttosto animata su previsione di terremoti, rassicurazione e “processi alla scienza”. Ricordo di aver assistito nelle settimane e nei mesi successivi a un grande sforzo, da parte di rappresentanti del mondo della sismologia, di presidiare qualunque conversazione pubblica, virtuale e non, che potesse avere a che fare col terremoto dell’Aquila. Ebbi la forte impressione di una operazione pianificata e non casuale. Ne sa qualcosa il giornalista Ranieri Salvadorini, che finì per dedicare gran parte del suo tempo a intervenire in dibattiti e a fronteggiare gruppi di commentatori aggressivi che si manifestavano ovunque pubblicasse un intervento sull’argomento. Per ribadire ogni volta che non si trattava di “mancato allarme” ma di “rassicurazione disastrosa”. E che anche le successive “interpretazioni” del processo, sebbene più articolate, erano declinazioni della stessa idea – sbagliata – di scienza sotto processo.
Dopo il lungo periodo in cui la sfida era stata quella di raccontare le condizioni della città e dei suoi abitanti in mezzo al vociare osceno e trionfalistico della ricostruzione che non c’era, ora il rispetto per la storia delle vittime (anche di quelle sopravvissute) passava per il riconoscimento del fatto che a L’Aquila non si mettevano sotto processo la scienza, ma le responsabilità di alcuni funzionari.
Ancora una volta il dolore dei terremotati dell’Aquila veniva espropriato della possibilità di vedersi raccontato in maniera rispettosa; e ancora una volta le fonti online giocarono un ruolo importante.
Così ho pensato di integrare questo e-book – che torna disponibile ora dopo l’edizione del 2012 – con una conversazione con Ranieri Salvadorini e con la storia che Anna Colasacco portò al convegno ospitato dal centro MaCSIS dell’Università Milano Bicocca L’Aquila: il racconto oltre la sentenza, organizzato dallo stesso Ranieri con Gianna Milano nel maggio 2013.
Queste sono le novità di questa edizione, oltre a qualche piccolo ritocco e aggiornamento, particolarmente nella sitografia finale. Non sono intervenuto a modificare sostanzialmente il testo, anche a costo di lasciare qualche espressione di ingenuo entusiasmo per le opportunità della rete (ma mi riconoscerete almeno una certa parsimonia nell’uso della parola “rivoluzione”) che oggi mi fa sorridere ma che trovo coerente col fatto che la storia raccontata qui è tuttora una storia con aspetti eccezionali.

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