Il lavoro di pensare

Dal blog di Felice Di Lernia, 12 settembre 2015

Che fine ha fatto il pensare? Ci penso mentre – seduto su una panchina in un piccolo parco di Padova – aspetto di iniziare la mia lezione e ne approfitto per fare la cosa che più mi piace fare: pensare. Il lavoro di pensare non è più considerato tale: chi pensa è un perditempo. Dirò di più: pensare è un modo per non lavorare. Non per me.

Ogni volta che, in orario di lavoro, mi sedevo in veranda per pensare, finivo col temere che qualcuno mi vedesse e mi dicesse che stavo facendo nulla.

E invece il momento in cui io lavoro di più è quando non faccio niente di concreto: quando fisso il vuoto a lungo restando disteso sul divano fino ad essere stanco o quando all’alba resto a letto a lungo fino ad avere bisogno di alzarmi per riposarmi dal pensare o quando viaggio e guardo fuori dal finestrino e non ascolto la musica proprio per pensare. Ciò che il mondo di fuori chiama lavoro, ciò che mi tocca fare per sopravvivere, è una sequela di impedimenti, è tempo sottratto alle cose serie come pensare.

Si vive in un presentismo privato del tempo. E invece se il tempo, come si sa, è solo passato e futuro anche il pensare è pensare al passato o al futuro. Non dico soltanto al Passato e al Futuro, dico anche al modo e al tempo passato e al modo e al tempo futuro. Pensare è mettere insieme, e dunque è passato e futuro.

Il tempo del passato e del futuro è un tempo di assunzioni: di responsabilità e di impegni. È mettere il nome, uscire dall’anonimato, dal presente del senza nome. Miopia e fretta sono le cifre del presentismo a-nonimo, la lentezza è la cifra del tempo in cui si inscrive il proprio nome. Pensare è aspettare guardando lontano o guardare lontano aspettando. Che le cose si mettano insieme, fuori o dentro, si compongano. O si ricompongano inaspettatamente.

Perché i miei pensieri non stanno mica in ordine, non è che decido io cosa pensare, io mi limito a tenere la porta aperta e loro si organizzano da soli, quasi mai ordinatamente, si accavallano e spesso si perdono. Alcuni pareva non ci fossero e invece avevano avuto la pazienza di aspettare.

Come adesso che alcune parole di mio padre, parole da sempre ostinatamente sottovalutate e adesso inspiegabilmente ricordate, inattese e non cercate, mi spiegano quello che succederà tra poco in quella stanza.

Appena in tempo: devo entrare e fare lezione. Devo smettere di lavorare.

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